Lo sport può creare speranza

dove prima c'era solo

disperazione. È più potente

dei governi per abbattere

le barriere del razzismo.

Lo sport è capace

di cambiare il mondo.

 Nelson Mandela

 

 

Non crediate a quelli che

vi dicono che il mondo si

divide tra vincenti e

perdenti, perché il mondo

si divide soprattutto tra

brave e cattive persone,

questa è la divisione

più importante.

Poi tra le cattive persone

ci sono anche dei vincenti,

purtroppo, e tra le brave

persone, purtroppo, ci

sono anche dei perdenti.

 J. Velasco

 

il COLONIALISMO ITALIANO

La memoria pubblica è l’insieme delle immagini del passato che circolano nella sfera pubblica. Non si tratta solo dei discorsi prodotti dalle istituzioni, ma anche di quelli attraverso cui sono i cittadini a interagire. Comprende libri, film, programmi televisivi e via dicendo: testi accessibili pubblicamente che vengono ripresi, commentati, formano nel complesso i quadri entro cui il passato viene compreso. Questa memoria svolge diverse funzioni: la più importante è quella di definire mano a mano la rilevanza di certi aspetti del passato o certi altri. Per quello che riguarda il passato coloniale, la memoria pubblica in Italia è stata a lungo assente: come se questo passato fosse irrilevante. È vero che, rispetto all’esperienza di altri imperi, quella italiana è stata più breve e circoscritta. Ma è stata ampia, e non ininfluente. Rispetto ad altri paesi, la differenza è soprattutto che l’Italia ha perso i suoi possedimenti al termine della Seconda Guerra Mondiale: non ha attraversato così i conflitti ed i dibattiti che hanno accompagnato altrove le lotte per l’indipendenza dei colonizzati.


La presenza coloniale italiana in Africa ha avuto inizio negli anni ottanta del XIX secolo e si è protratta fino agli anni quaranta del XX. Nel periodo di massima espansione comprendeva i territori oggi corrispondenti a Somalia, Eritrea, Etiopia e Libia. Si costruirono strade e altre infrastrutture moderne. Ma, nonostante il mito della “missione civilizzatrice” che legittimava l’aggressione, la civiltà che portammo finisce qui. I comportamenti furono predatori; ruberie e corruzione erano consuete; la giustizia era esercitata a dir poco sommariamente. Nella guerra di conquista dell’Etiopia gli italiani usarono contro gli avversari l’iprite, bandita dalla Convenzione di Ginevra; durante l’occupazione dettero ampie prove di brutalità. In Libia repressero la resistenza ferocemente. Quelli cui si mise capo furono regimi di apartheid. Fu in questi paesi che si misero a punto i presupposti delle leggi razziali fasciste.


Dal dopoguerra fino ad anni recentissimi, tutto ciò è sprofondato nell’oblio (o, come hanno detto alcuni, in una sorta di “inconscio” nazionale). Non che non ci sia stata del tutto una memoria dell'Italia coloniale. Esiste ed ha una storia articolabile in più fasi. Vi è stata una certa produzione memorialistica di reduci; certe associazioni e certe gerarchie militari hanno coltivato un ricordo nostalgico dell’impero coloniale italiano. Si tratta però di una produzione di discorsi rimasta a lungo confinata in cerchie ristrette. Il ruolo più importante, nel tentare di far vivere il ricordo del colonialismo e di denunciarne i misfatti, è stato svolto dagli storici, specialmente a partire dagli anni ottanta. Ma ai loro risultati la maggioranza degli italiani è rimasta estranea; la sfera pubblica è stata toccata solo marginalmente.

La memoria del colonialismo tra silenzio e nostalgia

Poche grandi potenze europee, con fasi alterne e fra grandi contrasti d'interesse, si erano assicurate a partire dal Quattrocento grandi imperi oltremare, sfruttandoli per secoli. Fra l'ultimo ventennio dell'Ottocento e il primo decennio del Novecento, esse si affrontarono, pur senza mai incrociare le armi frontalmente, in una corsa alla definitiva spartizione del mondo. Spartitosi il mondo in questa 'età dell'imperialismo', negli anni fra le due Guerre Mondiali il colonialismo europeo conobbe il suo momento di maggior successo – ma fu al tempo stesso la vigilia della 'decolonizzazione', cioè la sua fine, realizzatasi per gran parte dopo la Seconda Guerra Mondiale. Gli scambi, i domini e i conflitti oltremare hanno segnato radicalmente la storia del pianeta, oltre che dell'Europa, e l'Italia si inserì in questo colossale processo storico solo nella sua fase finale e più bellicosa, dove, per vent'anni, il colonialismo italiano fu quello di un regime fascista.

 

Con la fine dell'Impero gli Italiani avrebbero potuto, e dovuto, fare un bilancio di questa esperienza storica nazionale. Non si era trattato di un colonialismo plurisecolare, non c'erano stati grandi vantaggi economici, il movente politico dell'espansione coloniale era stato evidente – tanto nell'Italia liberale che con il fascismo – e i benefici per i coloni, gli “Italiani d'Africa” apparivano nel complesso assai contenuti, e in ogni caso di breve durata. L’insieme di silenzio e di nostalgia ha aggravato le conseguenze del mancato dibattito critico sul passato. Contagiato da analoghi atteggiamenti di generica assoluzione a proposito della partecipazione degli Italiani alla guerra fascista (quando non al fascismo stesso), il processo di revisione del passato imperiale si è fermato. E fino a tutti gli anni Sessanta e anche nei primi anni Settanta non sono state rare le occasioni in cui sono state le nostalgie a fare opinione comune.

Il mito degli "Italiani brava gente"

Un'eredità del colonialismo italiano, forse la più inossidabile, è stata il rafforzamento dell'immagine per cui gli Italiani delle colonie si sarebbero comportati sempre e comunque da “brava gente”. Il mito dell'Italiano non razzista ma bonario, accomodante e pacioso nei suoi rapporti con l'Altro era peraltro una delle componenti basilari del carattere nazionale. Lo stato delle cose, nella realtà, è un po' diverso. Non si tratta di opporre ideologia a ideologia, “mala gente” a “brava gente”. Ma è un dato di fatto che non pochi fenomeni contraddicono profondamente quell’immagine.


Sarebbe quindi opportuno non dimenticare le decine di oppositori (o anche solo di capi tradizionali semplicemente dissidenti) fucilati sommariamente dai tribunali speciali e da plotoni improvvisati durante il primo colonialismo in Eritrea o la campagna contro l'Etiopia del 1895-1896. È importante non dimenticare eventi come la deportazione di decine di migliaia di Cirenaici, cui il regime fascista ricorse per piegare la resistenza antiitaliana nel 1929-1931: con la costruzione di “campi di concentramento” in cui furono rinchiusi adulti e vecchi, donne e bambini. È altrettanto importante ricordare l'uso dei gas da parte italiana nel corso della guerra d'Etiopia: come, sempre in Etiopia, sono da citare le brutalità compiute da squadre di fascisti volontari (ma anche di “semplici” cittadini italiani) dopo l'attentato del febbraio 1937 al vicerè e governatore generale Rodolfo Graziani, con fucilazioni sommarie e violenze che insanguinarono la capitale Addis Abeba per più giorni. Come sarebbero poi da ricordare le brutalità con cui i comandanti e le truppe incaricate eseguirono le attività di repressione della resistenza patriottica etiopica fra 1936 e 1941, denominate “operazioni di grande polizia coloniale”. Come sarebbe infine da ricordare, e da studiare meglio, il sistema di sfruttamento del lavoro forzato praticato in Somalia, nella piantagioni e nella fattorie dei concessionari italiani. Ma la lista rischia di allungarsi man mano che gli studi procedono.


Come è possibile parlare di “brava gente”, con questo passato? Proprio in quanto colonialismo demografico, questi fenomeni, queste prassi, questi comportamenti di massa sono tanto più rilevanti perché coinvolsero in prima persona e direttamente una parte minoritaria certo, ma non trascurabile, degli Italiani.


A questo proposito è fondamentale il contributo dato dallo storico Angelo Del Boca, ex partigiano, narratore e saggista esperto di colonialismo italiano, in questo articolo:

Angelo Del Boca: "Colonialismo: il mito del buon Italiano"
Angelo Del Boca - Il mito del buon Itali
Documento Adobe Acrobat [56.9 KB]
Download

documentario: "FASCIST LEGACY" (L'eredità fascista)

Questo è un documentario sui crimini di guerra commessi da militari e fascisti italiani durante la disavventura coloniale in Africa e l'invasione dei Balcani. Realizzato dalla BBC per History Channel e trasmesso nel Regno Unito nel 1989, i diritti dell'opera furono acquistati dalla RAI nel 1991, ma in Italia il documentario non è mai stato mandato in onda.


titolo originale: Fascist legacy

regia: Ken Kirby

soggetto: Michael Palumbo

fotografia: Nigel Walters

montaggio: George Farley

 

© 1989 by BBC - United Kingdom